La corsa può diventare una filosofia di vita, è pacifico. Purtroppo in alcuni casi può degenerare, arrivare ad essere una patologia, quando invece dovrebbe essere un momento di gioia, di concentrazione, di focalizzazione e, senza bisogno di dirlo, di attività fisica.
Tuttavia, uno scorretto atteggiamento mentale fa precipitare i bonus della corsa, trasformandoli in malus: un mio ex amico si è rovinato per una nota gara a squadre della zona. Tanto per iniziare, ha compromesso il suo fisico con un'alimentazione sballata (barrette energetiche, pizza e carboidrati a manetta); ha poi continuato entrando in un giro mentale negativo, facendo vivere due mesi d'inferno ai suoi collaboratori, per concludere, stremato, a poche centinaia di metri dal traguardo.
Se quanto sopra vi sembra tanto, meglio omettere i rapporti umani andati a ramengo con quanti gli facevano notare i suoi errori durante la preparazione (incluso il sottoscritto). Tanto peggio se gli sventurati osavano suggerirgli i correttivi. Conclusioni? Non ne valeva la pena, vista la rovina sua e dei suoi compagni di gara. Prendersi troppo sul serio non è mai troppo produttivo...
Voto: 4. La corsa dev'essere un piacere, non una tortura.
Giovedì "Sto male, non so se parteciperò domenica alla gara, al massimo farò una corsetta senza pretese" Domenica il medaglista arriva puntualmente a premi, di categoria o addirittura assoluti
Il medaglista sta alla pretattica come il ragù alla pasta. Un legame inscindibile che viene rinsaldato corsa dopo corsa, medaglia dopo medaglia.
Se il sacchettaro un po' ci fa tenerezza, perchè di fondo ci riconosciamo più o meno in lui, il medaglista (soprattutto a ridosso di gare e garette) si concentra su un unico oggetto d'amore, che per sua stessa natura non è condivisibile, ossia la medaglia, intesa come premio per la prestazione.
La caratteristica essenziale della categoria è lo spirito competitivo che permea e indirizza le azioni dei suoi appartenenti: un esempio è l'attività su internet. Il runner normale guarda podismolombardo, partecipa alle discussioni nei vari gruppi FB, posta su runningforum, il medaglista no. Preferisce scrutare la lista dei partenti su mysdam.
E da qui parte il disastro, con l'applicazione sistematica de L'Arte della Guerra alla disciplina podistica: nella sua concezione, il medaglista si ritiene il Sun Tzu della corsa, con la famigerata pretattica su cui costruisce i suoi successi.
Capita così che al Parco di Monza vadano in scena teatrini simili a quello di cui sopra: personaggi che fingono improbabili infortuni (la bandelletta ileotibialetarsica, la fascia lata media superiore, la fascite plantare con interessamento dell'alluce valgo), che mantengono un basso profilo (non sto bene, ho il gomito che fa contatto con il piede, mio padre/zio/fratello è rimasto chiuso nell'autolavaggio) o che vanno a correre ad orari impensabili (in pieno inverno con temperature polari alle 5.30 am!). Poi sul terreno di gara, costoro sfoderano degli allunghi degni di Momenti di Gloria, musica di Vangelis inclusa.
E lì monta una discreta incazzatura, non tanto per la prestazione sportiva (anche senza una gamba andrebbero al doppio della mia andatura), ma per le prese in giro degne dell'ufficio stampa della Ferrari (alzi la mano chi si ricorda Il Gatto Colajanni).
Questi gli aspetti meno gradevoli: in realtà i medaglisti sono persone socievoli con una discreta esperienza di gara; nei periodi lontani dalle gare possono condividere trucchi, esperienze e chilometri a discreti ritmi. In prossimità dell'evento vanno presi in dosi omeopatiche, altrimenti ci rimarrete male.
Come smontare o trattare il medaglista e minimizzare i danni collaterali? Con molta ironia e garbo, regalategli una bella confezione di Smac Brillacciaio. Luciderà le sue medaglie, e lo aiuterà magari a condividere un pezzo del suo orgoglio. Voto 6, si può fare condividere di più.
Nota: con questo post parte una sorta di minirubrica in cui censisco i runner. Le tipologie non sono compartimenti stagni, in quanto ogni corridore che si rispetti avrà caratteristiche proprie di più categorie. Semplicistiche? Forse, ma gli stereotipi servono a darci delle indicazioni di massima, un po' il contachilometri: mai esattamente quella velocità, salvo autovelox. Il tutto con intento goliardico e autoironico :)
Grazie a Veronica per l'idea!
Il sacchettaro è per definizione quel runner che punta al sacchetto, inteso come pacco gara. La sua preparazione all'evento parte da Internet (una volta c'erano i volantini e le "voci di corridoio"), in special modo su podismolombardo.it e podisti.net: in santa pace può scegliere distanza, luogo e scrutare poi con calma e cupidigia il contenuto del Pacco Gara.
Spesso la valutazione della gara a cui partecipa dipende dai gadget e dai souvenir che si porterà appresso come un bambino felice: la tanto decantata maglia tecnica (poco importa che sia un modello in poliestere simil-cellophane), gli accessori (polsini in spugna degni di Lendl e McEnroe), cibarie assortite in microdosi.
Il sacchettaro evoluto, passo successivo nella scala dei corridori, raffronta il rapporto qualità/prezzo della gara a cui partecipa, pure con l'ausilio di strumenti tecnologici: si sprecano quindi i fogli in excel con cui tener conto di chilometri, ristori, costi e dell'agognato pacco gara. Una fatica da ingegneri, categoria di cui anch'essi si sentono parte. A torto o a ragione? Indubbiamente sembrano delle massaie... di corsa. Voto: 7, perchè di fondo siamo tutti un po' sacchettari :)
Domenica mattina. Il cielo plumbeo che pare bloccare ogni aspirazione alle grandi altezze. Le pioggia che cade fine, quasi a lavare gentilmente le pelli e le anime dei corridori. E alla fine il Bolettone, un confortante trapezio che dal Triangolo Lariano osserva placidamente tutto quanto accade nella pianura brianzola.
Al di là delle licenze poetiche, giornata autunnale in Lombardia: temporale si/no/forse con l'atmosfera alla Twin Peaks tipica di questo periodo e di questo luogo. Non che sia un novità, ma alla fine di settembre si spera sempre in qualcosa di meglio, complice anche la temperatura gradevole persistente.
Sei i Bocia alla partenza: in realtà Capitan Brambilla è in versione capitano non giocatore per i postumi di un fastidioso infortunio. Gli altri verde vestiti sono il Luca, la Barzyna, la Chiara e il neo acquisto Williams.
L'approccio alla gara è importante: il tracciato si sviluppa, come d'uopo, intorno al Bolettone, montagna di profilo trapezoidale riconoscibile dalla Brianza, per un totale di quasi 11 km con 300 metri di dislivello positivo.
Partenza ai quasi 900 metri dell'Alpe del Vicerè, nel Comune di Albavilla: la spedizione arriva in assoluto anticipo e nel riscaldamento salutiamo facce note mentre ripassiamo il percorso: Baita Patrizi - Bocchetta di Molina - Sentiero dei Faggi - Bocchetta di Lemna - Capanna Mara e ritorno all'Alpe.
La partenza avviene all'ingresso dell'Alpe, alla sbarra dei parcheggi. Non ci tengo a rimanere davanti, visto il primo pezzo in salita, quindi rimango intruppato in mezzo e mi do come compito quello di correre finchè ce n'è, o per lo meno finchè quelli davanti non si piantano.
Primo passaggio alla Baita Patrizi, dove il meteo e il profumo di pino nel caminetto mi tentano follemente, ma la pioggia mi risveglia dal torpore simil natalizio (polenta, dove sei?) e continuo a correre ormai fradicio.
La salita, per lo più dolce, si fa impegnativa e riprendo uno ad uno i fuggiaschi, lasciando indietro Williams, Il Luca e la Barzyna, mentre la Chiara è già molto più avanti. Arrivato alla Bocchetta di Molina, tento di bere il the caldo del ristoro, ma è talmente ustionante che riesco solo ad assaggiarne un sorso.
Il Sentiero dei Faggi è tendenzialmente pianeggiante, quindi si può correre su una sorta di tappeto morbido eppur compatto. Peccato che il cielo plumbeo e il soffitto alberato impediscano di vedere bene gli ostacoli: la pioggia copiosa poi ha ammorbidito troppo il fondo, con scivoloni e capitomboli a profusione. Puntualmente freno (e frano) su una pietra liscia trovandomi con le chiappe per aria, poi proseguo sino alla Bocchetta di Lemna ad un buonissimo ritmo di 5'/km. Al punto di controllo mi chiedono come stia, indicandomi la mano: vedo allora il sangue raggrumato, postumo della caduta.
Tempo di passare Capanna Mara e sono a ridosso della terza donna (prima Chiara e seconda l'Ale Arcuri): inizia la discesa e rallento: il fondo di pietra è fondamentalmente viscido e nonostante le Scott Grip E-Ride, partono gli improperi e le scivolate. L'inframezzare del fondo coperto con lo sterrato peggiora la situazione e nonostante tutto riesco a procedere a 4'20"/km, tentando di evitare troppi rallentamenti.
Mi supera Il Luca, che mi fa da traino, solo che la storta alla caviglia sinistra, precedentemente in agguato, arriva, facendomi fermare. Riprendo piano piano e giungo, dopo un po' di sorpassi assortiti ai miei danni, all'Alpe, chiudendo 66° in 1h04'52" (dalla 48a posizione occupata a Capanna Mara).
Noto, con non poca sorpresa, che la lista degli infortunati è bella lunga e la giornata non ottimale ha sicuramente contribuito.
Almeno Chiara ha vinto: un ottimo viatico per la Como - Valmadrera. Il Luca ha chiuso 49°, la Barzyna 95a (al rientro su una gara impegnativa) e Williams 122° frenato da un'infiammazione al ginocchio. Personalmente, storta a parte, ho messo un po' di forza nelle gambe, scoprendo un percorso molto interessante per i futuri allenamenti. L'estate in Val di Giust, i richiami con gli "ondulati" e il San Primo stanno pagando :)
Mezza di Monza, aria di casa. Eccomi qui, a raccontare aspetti di una gara che non mi aspettavo così positiva e ricca di spunti.
Prima di tutto, il crono: 1h32'27 in RT (1h32'44" in tempo assoluto) per la 416a posizione su 2739 partecipanti (ritirati esclusi). PB agguantato per 35" e posizione più che ragguardevole, dopo il travaglio dell'anno scorso (660° su 2742 con 1h36'46" RT - 1h37'10" TA), nonostante il traino dell'amico Stefano Camisasca.
Squadra che vince non si cambia: il percorso 2013
Quest'anno è tutto diverso: l'amico Pier parte in prima griglia, con l'ambizione di ridurre il suo personale a 1h26', mentre il Nic, pur partendo con me (seconda griglia), tenterà di stare sotto l'ora e mezza. Le gambe rimangono dure, un po' meno di ieri, ma è comparso il temibile squaraus, spauracchio di tutti i corridori.
Arrivo in griglia, la temperatura è ottimale: nuvole minacciose, la leggera pioggia scesa all'alba ha rinfrescato il clima, qualche refolo di brezza. Nulla a che fare con il clima torrido di Seregno (14 aprile).
Mi preparo alla partenza, entrando in griglia: si avvista Linus, che poi prende posizione in terza griglia, mentre man mano si affolla il ring delle singole gabbie (altro che Stramilano!).
Pronti, via!
Partenza decisa, sin troppo, con Nic che mi precede per 4 km, poi mette il turbo e scompare dalla mia vista. Io mentalmente sono carico, quindi non mi preoccupo, se non per arrivare vivo alla fine: le gambe girano e spesso mi trovo sui 4'10"-4'15", quindi le speranze di racimolare un buon tempo non svaniscono con il trascorrere del percorso.
Ad un certo punto mi ritrovo a fianco un ragazzo (ugandese, questo lo saprò dopo) che corricchia (come se stesse andando a prendere un caffè) a 4'05"-4'10" al km. La tenuta di questo atleta è geniale : maglia della Stramilano 2013, pantaloni in triacetato, cappellino, occhiali da sole e bottiglia di gatorade in una mano... per fortuna non si allena se no scenderebbe sotto le 2h40' in maratona :)
La gara scorre liscia, curo molto lo stile per evitare inutili dispersioni di energia, mentre i sottopassi li affronto senza forzare la discesa (lezione 2012). Nel frattempo non piove, ma il clima rimane fresco, favorendo la prestazione: taglio i 10 km ufficiali in 43'27" (il GPS me li ha anticipati in 43'09") e mentre mi avvicino al 12° km, sento qualche lieve problema addominale, che viene comunque gestito senza particolari affanni.
Resisto strenuamente con i 15 km tagliati in 1h05'26".
Al 19°, dopo l'ultimo sottopasso XL (da viale Mirabello sino alla Parabolica), mi affianca l'amica Ombretta Riboldi, portacolori della Daini di Carate: ne sortisce un dialogo surreale, che se non fosse per il chilometraggio sin lì percorso, sarebbe stato degno di Zelig. Minigiro di boa ("quest'anno non c'è? Strano!" E compare magicamente) e via dentro in Autodromo per l'ultimo chilometro e mezzo: tengo il passo della Ombry, le gambe ahimè perdono di efficienza, tuttavia con lo spunto dell'ultimo chilometro, riesco a chiudere in 1h32'27", ben 35" in meno di Seregno.
Tempo di ripescare il materiale dall'amico Fabio Rossi (mastro di chiavi dell'Autodromo), poi mi ricongiungo a Pier, che ha tagliato il traguardo in 1h26'20 RT, 154° assoluto con PB incluso e ci rifocilliamo un attimo, parlando delle sensazioni provate lungo il percorso.
Nic, lo saprò successivamente, ha chiuso in poco più di 1h30': evidentemente la gita di ieri in Grigna l'ha un po' sconquassato.
L'amica Jennifer, nonostante la durezza delle gambe (per lei questa gara è stata una tappa intermedia verso Cremona e Busto) ha chiuso in 1h36'32 RT, 21a donna e 675a in assoluto.
Nel frattempo incrocio anche altre facce note come Ivan Galimberti (contentissimo per il suo PB) e Max Teruzzi, in missione per la prossima Monza - Resegone.
Tempo di andare a casa e sdraiarmi sul divano, oggi me lo sono meritato...
Devo essere sincero: correre a casa mia, tra Autodromo e Parco, è sempre un'emozione forte. Tra le tante facce amiche, il percorso è tanto famigliare quanto impegnativo e il periodo si presta ad un esame fisico e di coscienza, dopo le vacanze lavorative, con le gambe ancora appesantite dai saliscendi della Val di Giust.
Eppure l'ultima domenica i 18 km della Corrilambro di Verano Brianza (ottimamente organizzata dai Bocia e dai Marciacaratesi) hanno dato riscontri positivi: il personale è stato limato di ben 3 minuti, con gli ultimi 6 km corsi al fianco di "Baguette" Sala (dell'Euroatletica 2002), titolare di un bel 1h24' sulla Mezza.
La settimana è trascorsa senza troppi sbalzi: a differenza dell'anno scorso ho attentamente dosato le energie, evitando di accumulare resistenza e velocità in giorni consecutivi. L'anno scorso questo sbaglio mi costò la preparazione, tagliandomi le gambe ancora prima della partenza.
L'unico errore è stato arrischiarmi in una partita a 7: quando ho visto un mio compagno di squadra chiedere il cambio (con me in porta), ho capito che la serata avrebbe preso una piega pericolosa. Per fortuna il solo prezzo da pagare (ad una partita molto intensa, tra l'altro) è stata una mezza storta, prontamente guarita con arnica e ghiaccio.
A tutt'oggi, sabato 14, le gambe sono ancora un po' durette, nulla di che, sarà difficile limare il personale, tanto più che il percorso presenta un paio di punti in arrampicata (i sottopassaggi della Sopraelevata): quel che arriverà, andrà comunque bene, visti i prossimi appuntamenti chiave a Cremona e a Busto Arsizio.
Poche gare mi attirano come la Fraciscio - Angeloga. Gara non competitiva, aperta a tutti, 700 metri di dislivello distribuiti (male) su quasi 4 km di percorso nella Valle della Rabbiosa, laterale della Valle Spluga. Una volta era una cronoscalata, ma le stringenti regole FIDAL e gli appetiti degli atleti di punta hanno convinto gli organizzatori (il GP Valchiavenna) a mutare la pelle della gara, spingendo sull'aspetto non competitività (per lo meno a parole) della manifestazione.
Per me correre, camminare e correre ancora dalla Chiesa di San Rocco sino al Rifugio Chiavenna simboleggia l'inizio delle vacanze: nella Val di Giust che puntualmente mi accoglie come figliol prodigo e che mi vede ospite per 3 settimane a scarpinare per monti e per valli.
Ma veniamo alla gara vera e propria: percorso duro, ma non durissimo; si parte dietro alla Chiesa nel ridente paesello di Fraciscio (noto per aver dato i natali al San Luigi Guanella) alla quota di 1340 metri s.l.m., si passa per il vecchio sentiero che conduceva a Le Soste (1420 mt) , immettendosi per la carrozzabile che costeggia la Rabbiosa, torrente locale che ha modellato la Valle: quando finisce il terreno corribile, si passa alla camminata veloce su per il sentiero che conduce alla Piana di Angeloga, ove si può ricominciare a correre. Ad onor del vero, qualche atleta corre comunque per tutto il percorso, ma non rientro nel novero, ahimè.
In questa domenica d'inizio agosto, baciata da un fantastico sole, mi sistemo sulla linea di partenza, nelle primissime posizioni. So già che dopo pochi istanti (e nonostante la mia voglia di correre), cederò molte posizioni: il mio allenamento montano è stato pessimo (solo 6 uscite quest'anno, gite comprese) e poche ripetute su per la salita del Saint Georges Premier non possono certo compiere un improbabile miracolo. Tuttavia non posso rischiare l'imbottigliamento come nelle passate edizioni, e sulla linea di partenza, accanto a me non trovo solo amici locali, ma anche altri Bocia con i quali condividerò queste ferie: sfortunatamente, sono decisamente più allenati di me!
Si parte alle ore 10.00: solita fiumana di pazzoidi che si inerpica su per le viuzze di Fraciscio, e per una volta riesco a giungere sano e salvo all'aggancio con la strada per le Soste. Intravedo i primi (tra cui Jason Statham Vavassori) e corro finchè posso, venendo interrotto ben prima del Sasso di Garibaldi, che segna 1/3 circa di gara. Ad occhio e croce dovrei essere nei primi 50, calcolando che i partenti sono ben più di 150. Affronto i tornanti del Calvario in apnea e quasi alla fine, prima della Pizzeta inizio a sentire dolori agli addominali, come già alla 10k di Seveso. Giocoforza rallento, il mio ritmo è stato a lungo sotto soglia e con quest'andatura ridotta affronto la Ganda, ultimo ostacolo prima della Piana. Una volta possibile riprendere la corsa, attacco furiosamente e recupero posizioni su posizioni, attestandomi a ridosso dei primi 40. Con uno sprint degno di miglior scenario recupero gli ultimi due concorrenti e mi classifico 39°, con il tempo di 42'05", che va a migliorare di 10" il mio personale, datato 2011 con ben altro allenamento nelle gambe. Claudio, Davide, Chiara, Lele e Carlo mi precedono, ma non troppo :)
Una degna conclusione per questa gara e che promette bene per la Camineda in programma tra una settimana.