Mi piace svegliarmi molto presto e andare sul terrazzo a guardare l'alba. Vedo i monti illuminati da una luce soffice, delicata e riconosco i profili familiari delle Prealpi, che tante volte ho osservato e calcato.
Anche d'inverno, quando è buio e freddo, esco e aspetto quei volti di granito, perchè so che in quelle ore danzano i nostri sogni, sospesi sui primi raggi di sole.
Quei momenti sono magici, perchè è lì che decidiamo come vivere il giorno che presto seguirà.
Quando arriva Natale, io non anelo l'attesa o la Festa. Mi piace vivere quei giorni che ci separano dal nuovo anno. E' come aspettare il sole sorgere di nuovo: si possono fare promesse, stilare progetti, costruire dei castelli di carta e vederli già realizzati. Solo il nuovo anno dirà se sono stati sogni fuggevoli o piuttosto, come mi auguro, realtà concrete.
Per la maggior parte dei runners, correre è una metafora della vita: ci si sbatte, qualche volta si cade, ci si rialza e si continua fino alla fine, fino al traguardo.
Per me correre è anche pensare, aiutare la mente a srotolare i gomitoli in cui Morfeo annoda i miei pensieri. E' necessario per evitare di accusare i colpi della quotidianità, soprattutto in periodi faticosi come questo.
Visti il freddo e la scighera odierni, ho evitato la montagna (poi ho scoperto che c'era il sole sopra i 400 metri, dammit!) e mi sono dedicato alla consueta tapasciata domenicale, in compagnia della Family. E' stata una settimana strana, non semplice, con vari eventi che mi hanno lasciato uno strano sapore amarognolo e il bisogno di chilometri nella natura.
Così è stato, tra le colline della Brianza lecchese, e i pensieri, nonostante un pit stop non proprio preventivato, si sono srotolati in 18 km, facendomi rimbalzare tra qualche perla in perfetto stile Fabio Volo :O , tra cui: "Forse
stiamo solo recitando la sit-com scritta da qualcun altro... o forse
sono i nostri standard ad essere dannatamente alti. L'importante è
sapere che la serie non verrà cancellata al termine della stagione, o,
se lo sarà, che ce ne sarà un'altra migliore.".
Nevica, e sono qui a guardare fuori dalla finestra, come se vedessi per la prima volta i fiocchi. Vorrei stare fuori a giocare come facevo da bambino, ma devo rimandare l'appuntamento. Mi consolo pensando a domani, quando ci sarà la tapasciata domenicale.
Così nel breve volgere di un the, la mente vaga, tornando alle vacanze in Val di Giust e a un episodio in particolare, che sembra preso di peso dalla pubblicità dell'Amaro Montenegro.
Atmosfera, grazie!
19 agosto 2013
Versione breve per chi non ha voglia di starmi a sentire ha fretta: ero stato incaricato di portare uno striscione in Angeloga e ce l'ho fatta.
Versione lunga: nel mio ruolo di accompagnatore degli oriundi americani (pronipoti dei valligiani emigrati negli States e tornati a riscoprire le loro origini, per il secondo anno), mi venivano affidate missioni improbabili.
Quest'anno il capocomitiva Bill Trussoni era arrivato da solo, senza la moglie Rose, che sarebbe giunta solo successivamente. Per accoglierla degnamente (e farsi perdonare qualcosa, suggeriscono i maligni), si sarebbe dovuto approntare qualcosa di speciale in Angeloga (fantastico alpeggio soprastante Fraciscio, frazione di Campodolcino).
Una gita in elicottero da Campo, con tanto di sorvolo del Pizzo Stella (da alcuni statunitensi malinteso come PizzA Stella) e una notte a 2042 metri, là al Rifugio Chiavenna, dopo una lauta cena e una sonora cantata.
Per non farsi mancare niente, alla discesa dall'elicottero c'era la banda di Chiavenna, capitanata dall'eclettico Giocondo Del Curto, nonchè uno striscione di ringraziamento a Rose. Mi avevano ordinato Mi ero offerto volontario di portare il suddetto striscione, ma le condizioni meteo non erano delle migliori.
Quindi, poco dopo pranzo, coglievo la finestra di opportunità (leggasi: occhio del ciclone) e lungo sentieri conosciuti sasso per sasso, partivo verso l'Angeloga con uno zaino bello carico.
Con me non viaggiava solo lo striscione, ma anche tanti ricordi che avevo bisogno di mollare, come in un viaggio catartico. Come tante volte avevo fatto, prima di questa missione solitaria. E mentre salivo di balza in balza, mi lasciavano il passo memorie non necessarie, conosciute in questo 2012-13: storie vissute e aneddoti divertenti mi saltavano in mente; ogni tanto ridacchiavo tra me e me e questi ricordi sparivano tra le nuvole che vorticosamente mi sovrastavano. Persino Lola Bunny, che tanto mi aveva fatto penare, scivolava via, e magicamente si aprivano spiragli di sole...
Più lasciavo andare i fantasmi, più volavo sul sentiero, fino a raggiungere a tempo di record il Rifugio Chiavenna. Qualche chiacchiera con Matteo e Monica (i fantastici gestori), il tempo di lasciare lo striscione, evitare due gocce e tornare a fuoco giù in Valle. Sentendomi nuovamente libero da costrizioni, ancora una volta l'Angeloga mi aveva restituito gambe per correre e ali per volare. Ora vorrei che fosse lo stesso, ma la neve mi costringe ad attendere domani...
P.S. Il giorno dopo (ventoso) è stato fantastico... Mi piace pensare che un piccolo tassello di quella giornata felice sia anche mio :)
Per la cronaca, questo era lo striscione. Quale il suo significato occulto? :)
La gara perfetta non esiste, ma se
esistesse, come sarebbe poterla disputare? Sarebbe come correre,
inseguire la propria ombra, superarla e vincere. Qualcuno, ogni tanto, vi dice
che l'ha raggiunta, quella perfezione: ha toccato lo stato di grazia, il
miracolo podistico, più unico che raro, la congiunzione astrale. Ma
per noi comuni mortali, miscredenti, come può svolgersi la gara? Con un
percorso ostico (anche la più piatta può riservare sorprese, vedi
Cremona, Monza o anche la delirante Stramilano), con un meteo assurdo (Monza 2011
docet) o, ultime ma non da meno, le proprie condizioni, fisiche e/o mentali.
Alla
fine anche il runner più esperto può arrischiarsi, toccando la gara
ideale, o quella che sino a quel momento è la migliore prestazione
possibile. Però questa impossibilità, questa imperfezione in fieri ci
può regalare la spinta mentale per limare secondi, per superare gli
ostacoli, per essere resilienti, in strada così come nella vita. Senza
contare che ogni inconveniente superato è esperienza che ci verrà utile
alla prossima gara.
Magari la gara perfetta non esiste, ma se così non fosse... forse un giorno la troverò.
L'Alpin Cup è una mezza un po' atipica, correndosi tra i vialetti alberati di Parco Nord, a cavallo tra Sesto S.G., Milano, Bresso e Cinisello. E' molto casalinga anche come organizzazione, essendo portata avanti dal locale Gruppo Alpini.
Quest'anno i Bocia partono con una folta rappresentanza, essendo ben 4 gli arditi sulla Bociamobile: il dinamico duo Brambilla - Fumagalli, Veronica e il sottoscritto, molto assonnati ma anche motivati, nonostante il meteo plumbeo non prometta bene.
Mentre il clima pian piano si scalda (nonostante mani fredde e segnalazioni non impeccabili :) ), ripenso a come sono arrivato qui: un mesetto fa davo fondo alle mie energie nell'ottima Mezza di Cremona, ad un passo dall'1h30'; poi una serie di trasferte lavorative e riposi mancati hanno mandato a monte l'appuntamento con la Mezza di Busto Arsizio, in cui avrei dato l'assalto in grande stile al muro dei 90'. Così ho preferito recuperare la dimensione più genuina della corsa, accontentandomi di lasciare andare le gambe, accantonando tabelle e PB.
Per festeggiare il PB di Cremona, ho deciso di regalare una mezza (la prima) a Veronica, con tanto di paramedico personale, pardon servizio pacemaker. Riesco ad iscriverci in extremis (grazie alla cortesia degli organizzatori).
In vista dell'impegno sui 21 km, abbiamo corso al Monza Challenge, appuntamento molto autunnale ideato e governato dal Monza Marathon Team. Insieme ad Andrew, Mongullo e Annalisa i 10 km sono filati via lisci: l'ottima risposta di Veronica, che ha chiuso poco sotto i 48', conforta i presenti in vista della Mezza. La proiezione con la Calcolatrice di Riegel dà addirittura 1h45', ma forse è meglio non dirle niente, a scanso di attacchi d'ansia :)
Mi gusto i giorni pregara in quel di Trento, costretto lavorativamente a correre sul Lungadige, al chiaro di luna (e della frontale) ed eccomi al via. Ho assicurato Veronica che il ritmo sarà adeguato alle sue capacità, senza forzare alla ricerca di crono impossibili.
Il tempo di salutare amici e conoscenti e poi ci spostiamo verso la partenza: Chiara e Davide proseguono verso la testa della griglia, mentre noi rimaniamo a 2/3 della folla. Due chiacchiere, qualche personaggio noto tra i partenti (Davide Cassani e l'immancabile Linus), poi pronti via.
La fiumana è inarrestabile, ma a differenza degli anni passati le partenze con la 10 k e la mezza non competitiva sono state scaglionate, quindi riusciamo ad inserirci bene nel gruppo.
Il ritmo è discreto, non dobbiamo forzare a meno di 5'/km, il percorso scorre via senza affanni. Il tempo di fare qualche battuta per distrarre Veronica dalla fatica e siamo già al primo ristoro, che evitiamo. Giriamo ai 5 km in 26'20", lasciando una proiezione spannometrica di poco sotto all'1h50': ad entrambi basterebbe, quindi si continua così.
Nel frattempo veniamo superati da un gruppo di marciatori, con tanto di allenatore in bici che li segue in maniera un po' inquietante: noi non ci facciamo prendere dalla frenesia di tenere il loro ritmo. Tagliamo il giro di boa dei 10.5 km (posto sul traguardo) in 55'11": buon riscontro cronometrico, visto il primo giro percorso con il freno a mano tirato. Al ristoro posto dopo il traguardo ci fermiamo un attimo, giusto il tempo di un po' d'acqua e un primo scambio di impressioni, prima di scattare ad un ritmo più sostenuto.
Al 12° km siamo già in leggera accelerazione, ma Veronica vorrebbe aumentare ulteriormente il passo dal 14° km: la freno e le dico che dal 16° in poi sicuramente andremo di più, senza effetti collaterali. Sopraggiungono intanto altri marciatori, sempre scortati da lontano dall'implacabile allenatore. Veronica si è fatta seria, non risponde neanche alle mie scherzose provocazioni, è diventata una vera atleta :) Poco prima dell'ultimo ristoro è in crisi da sete, quindi sprinto per 400 metri, recupero due bicchieri e l'aspetto, riuscendo ad evitarle la solita confusione. Quando ripartiamo, il ritmo è decisamente più alto e riusciamo a cogliere l'onda giusta, superando svariati concorrenti ed accodandoci a quelli più frizzanti.
A riprova dei nostri sfrozi, l'ultimo chilometro è divorato a 4'33", andando a sverniciare qualche malcapitato/a nello sprint finale. Il crono è di tutto rispetto: 1h48'50" RT per Veronica (345a), un secondo in più per me (347o), a fronte dell'identico tempo assoluto di 1h49'23". Risultato raggiunto!
Nel post gara ritroviamo Davide (32° assoluto, 3° nei TM con 1h25'37") e Chiara (neo venticinquenne!), 125a in 1h35'54" - 4a tra le donne). Mentre ci rechiamo alle premiazioni, scopriamo che pure Veronica è andata a premi, cogliendo il 2° posto nelle TF! Giornata ottima, non poteva andare meglio!
Lo confesso: quando mi chiedono la disponibilità per missioni lavorative, la prima cosa che controllo sul PC non è la disponibilità di alberghi e B&B, ma di piste e sentieri da correre. Prima di accettare Trento (dove mi trovo ora) ho smanettato su runningforum e ho chiesto pareri ad amici corridori.
Poi ho controllato le foto: montagne a portata di mano, pardon di gamba, piste ciclabili in abbondanza, tutto ok.
Mentre svolgo il mio lavoro ripenso ai miei amici della FAK: loro hanno cavalcato la notte prealpina, andando sul Palanzone con le frontali, mentre io corro sul Lungoadige. Mi sovvengono altri pensieri, nei chilometri della ciclabile che conduce a Bolzano, rischiarato dal (poco) chiaro di luna e dalla pila.
Perchè corro? La domanda per me è mal posta. Dal mio punto di vista dovrebbe essere "perchè stare fermi?": come cantava il Liga "ci riposiamo solo dopo morti", e così, dopo tapasciate, corse, mezzemaratone, mi imbarco in altri chilometri, lontano da casa. D'altronde, Paese che vai, strade che corri :)
Non comprendo, veramente, chi mi dice "beato te che hai tempo". Quali cose non faccio giornalmente? Non guardo TV, se non a casa di altri. Non fumo. Bevo poco caffè. Ho ridotto le mie partite di calcio. Preferisco leggere, con una bella tisana fumante a ristorare il corpo e la mente.
Ok, capisco che correre non sia per tutti. Ci vogliono doti tecniche e atletiche. Ci vuole soprattutto una robusta forza mentale per partire, prima, e non mollare, poi.
Non vi peserà, vi solleverà: tutto quello che investite correndo, vi ritornerà nella vita quotidiana. La corsa è un volano. Avete gambe per correre e ali per volare.
Le scarpe sono l'accessorio più importante nella corsa, quindi la loro scelta implica alcune considerazioni fondamentali.
La prima è la postura del piede, ossia il tipo di appoggio che questo assume al contatto con il terreno: vi sono tre categorie, ossia pronazione (appoggio verso l'interno), neutralità, supinazione (appoggio verso l'esterno). Dall'identificazione del proprio appoggio discende la possibilità di scegliere in maniera appropriata la scarpa.
Per capire il proprio appoggio esistono diversi test: dal piede bagnato sul foglio di carta sino alla pedana baropodometrica passando per l'esame dell'usura della calzatura. Nessuno di questi esami è risolutivo in sè e per sè, in quanto il corpo umano (quindi anche i piedi) muta stile con la prosecuzione della singola sessione di corsa. Addirittura la postura assume modifiche definitive man mano che impariamo a correre, diventando sempre più efficienti. Quindi è meglio condurre delle "indagini comparate", non tralasciando nessun aspetto.
Le scarpe da corsa si dividono in 5 categorie: la maggiore discriminante è il peso, il quale a sua volta deriva dalla struttura della scarpa. Tendenzialmente, maggiore protezione significa maggior peso, ma le recenti innovazioni (tecnologia, materiali, tecniche costruttive) consentono di diminuire peso, mantenendo protezione e ammortizzazione. Vediamo nel dettaglio:
A0 Minimaliste: rispondono alla recente moda di "assecondare la biomeccanica naturale". soprattutto con un dislivello minimo tra avampiede e calcagno (cd. differenziale), che va a diminuire significativamente il peso della calzatura. Purtroppo non sono adatte a tutti, in quanto il runner arriva normalmente da una storia più o meno lunga, con l'utilizzo di scarpe più o meno adatte. Ne consegue che il piede ha una sua storia. Non a caso sono sconsigliate a soggetti pesanti e/o pronatori. Tutti gli altri dovrebbero avvicinarsi gradualmente a questa tipologia di scarpe.
A1 Superleggere: sono scarpe da gara, con un differenziale minimo (maggiore rispetto alle A0), leggere, adatte a runner leggeri e veloci. Rispondono ad una filosofia di corsa classica, che prevede ammortizzazione e flessibilità a carico della calzatura. Peso <250 gr.
A2 Intermedie: spostano la lancetta della bilancia verso i 300 gr (dai 250 sino ai 290 gr)., inserendo elementi che aumentano ammortizzazione e stabilità, con un differenziale superiore rispetto alle A1. Sono calzature da gara, solo i leggeri possono usarle anche per allenarsi.
A3 Massimo Ammortizzamento: scarpe classiche, con modelli per tutte le posture e per tutte le tasche. Superano i 290 grammi, ma vi sono modelli che scendono al di sotto di questa soglia. Il differenziale è marcato, con consequenziale aumento di ammortizzazione e protezione del piede.
A4 Stabili: calzature adatte ai pronatori, aumentano gli elementi di protezione e quindi anche il peso. Sconsigliate a tutti gli altri.
Un altro concetto degno di nota è l'usura: in altro post segnalavo l'obsolescenza programmata, commentando l'incredibile consumo delle mie calzature a fronte della durata dichiarata dal produttore. A fronte di un'usura negativa, inevitabile, ce n'è una positiva, ossia la possibilità di modellare le calzature sui nostri piedi per avere la massima resa. Chiaramente si tratta di un rapporto bilaterale, in quanto pure i nostri piedi, chilometro dopo chilometro, si adattano alle nostre scarpe, minimizzando le distanze necessarie ad avere la calzatura "già rodata", ma che giocoforza dovrà scontare la fine della sua vita (ossia, prima o poi dovremo cambiarla).